Le Stanze di Artù.
Di Maria Colio
Guglielmo Caccia e figlia:
un’impresa di successo.
Di Anna Maria Ronchi
Il Museo di Santa Croce di Bosco Marengo:
il ritorno della “macchina vasariana”
Arch. Stefano Pezzato – Responsabile del Complesso Monumentale di Santa Croce per il Comune di Bosco Marengo
Arte e Cultura
nelle Terre di Marengo
Questa sezione nasce per dare spazio a tutto ciò che, nel corso del tempo, ha arricchito il nostro paesaggio culturale: le tele di maestri come Guglielmo Caccia, che hanno lasciato un’impronta profonda nelle chiese della zona; gli affreschi cavallereschi della cascina Torre, testimonianza rara e affascinante di un mondo simbolico e narrativo; le opere custodite nei piccoli oratori, nelle pievi, nei palazzi storici; ma anche i quadri, le sculture e gli scritti che raccontano la vita quotidiana della nostra pianura.
Non cercheremo un unico filo conduttore, perché la cultura si muove per stratificazioni, incontri e deviazioni. Ogni articolo sarà un percorso autonomo, un tassello che, affiancato agli altri, contribuirà a comporre un quadro più ampio e variegato. Un quadro che parla di identità, di memoria e di creatività, e che ci invita a guardare con occhi nuovi ciò che spesso diamo per scontato.
“Arte e Cultura” vuole essere uno spazio aperto e curioso, capace di accogliere la ricchezza delle espressioni artistiche del territorio: dalle grandi opere ai dettagli minori, dalle testimonianze antiche alle interpretazioni più recenti. Un invito a osservare, scoprire, approfondire; a lasciarsi guidare dalle immagini e dalle storie; a riconoscere, nell’arte, un modo per comprendere meglio il luogo in cui viviamo.
Benvenuti in un viaggio che attraversa chiese, cascine, archivi e atelier, alla scoperta dell’anima culturale delle Terre di Marengo.
Le Stanze di Artù.
Di Maria Colio*
Le gesta di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda si diffusero anche in Italia seminando tracce nell’arte e nella letteratura. Sedici affreschi di grandi dimensioni con scene di battaglia e di vita domestica d’ispirazione cavalleresca risalenti alla fine del Trecento, sono stati rinvenuti nella torre di un antico palazzo appartenuto ai nobili Trotti nella zona di Frugarolo (Alessandria). Andreino Trotti, un capitano di milizie membro dell’importante famiglia alessandrina, a
pportò alcune modifiche alla torre, la innalzò di un piano e fece dipingere il ciclo dedicato alle storie del più celebre dei cavalieri della Tavola Rotonda: Lancillotto. La grande sala della torre, presentava una fascia continua di affreschi alta presumibilmente 2.20 m, ed era caratterizzata dalla presenza della scala che dava accesso al piano superiore.
Gli affreschi sottoposti al restauro e restituiti così all’originario splendore sono risultati essere la più antica testimonianza a noi nota di ‘camera picta’ dedicata a Lancillotto.
Il ciclo è una delle pochissime testimonianze giunte a noi di questo ideale ritorno ai tempi eroici della cavalleria e con la sua vivacità e ricchezza narrativa restituisce intatto il clima culturale dell’ ‘Autunno del Medioevo’ quando i testi dei romanzi cavallereschi circolavano e venivano letti, recitati, appresi a memoria e spesso trasformati in immagini. Negli affreschi della torre di Frugarolo vengono raffigurati Artù, Lancillotto, Ginevra, un personaggio indicato come Galeotto, probabilmente in omaggio a Gian Galeazzo Visconti.
Gli Affreschi della Torre Pio V Frugarolo. Le fasi del restauro. Le condizioni ambientali della Torre costituivano elemento determinante per il gravissimo stato degli affreschi. In particolare il guano dei colombi (che qui trovavano ricovero nutrendosi per di più di intonaci e malte utili alla produzione di uova) a contatto con l’acqua che penetrava dal tetto e dalle diverse aperture aveva provocato una considerevole formazione di nitrati. Il colore, aggredito per di più da muffe e batteri, appariva ormai sfarinante, mentre la lettura complessiva risultava compromessa da abrasioni superficiali oltre che da estese lacune degli intonaci affrescati. La superficie pittorica è stata sottoposta ad operazioni di dissalazione e fissata per fermare il processo di sfarinamento. Effettuate le operazioni di strappo, gli affreschi sono stati trasferiti in laboratorio dove si è proceduto alla pulitura del retro ed al loro fissaggio su una telina inglobata con caseato di calce così da realizzare il rivolto e la successiva rimozione delle teline da strappo. Gli affreschi messi cosi in sicurezza sono stati depositati presso il Laboratorio Nicola Restauri di Aramengo d’Asti.
Gli affreschi sono stati applicati su supporti in policarbonato irrigiditi con telaio ligneo e foderati con tela per garantire la reversibilità dell’intervento. Si è proceduto ad ulteriori puliture ed alla stesura di malta in corrispondenza delle lacune. Essa è stata realizzata con granulometria simile all’originale ed equilibrata nel tono con una seconda applicazione di tinta a calce. L’integrazione pittorica è stata volutamente contenuta e limitata alle piccole lacune o alla ricucitura delle abrasioni e di localizzate cadute di pigmento.
Gli affreschi della Torre di Frugarolo. La torre di Orba, che successivamente entrò a far parte del complesso della cascina Torre di Frugarolo, a pochi chilometri da Alessandria, venne acquisita con altri beni da Andreino Trotti intorno al 1393 come remunerazione dei servigi da lui prestati a Gian Galeazzo Visconti nella guerra contro Carlo di Francia che mirava a conquistare il ducato di Milano.
Potenziate le difese della torre con il suo innalzamento, Andreino commissionò a un maestro di bottega lombardo un ciclo di affreschi a tema cavalleresco destinato ad arredare la sala alta del complesso. La trasformazione della torre in sito abitativo e non solamente difensivo venne poi completata con l’incarico ad un altro artista della realizzazione di un ulteriore affresco, raffigurante una Madonna in trono col Bambino fra Santi. Lo stile di quest’opera riconduce ad un’altra Madonna con Bambino e santa martire ancora esistente nella chiesa di San Giacomo della Vittoria in Alessandria. Andreino, capitano di milizie alessandrino aveva infatti partecipato alla battaglia che aveva visto la definitiva sconfitta del conte Jean d’Armagnac, cugino del re di Francia, ad opera di Giacomo dal Verme alla testa delle truppe spagnole, nel 1391. Alla vittoria era stata dedicata la nuova chiesa eretta in Alessandria e dedicata a San Giacomo: in essa faceva mostra di sé l’affresco citato.
E’ ignota la destinazione ultima della sala della torre che ospitava gli affreschi, ispirati alla tradizione cavalleresca, in particolare alla storia delle gesta e degli amori di Lancelot du Lac (Lancillotto del Lago), di Chretien De Troyes. Il ciclo di re Artù e le avventure di Lancillotto, il suo più coraggioso cavaliere, l’amore per la bella Ginevra, i duelli e le battaglie dei cavalieri della Tavola rotonda erano allora ben noti e le cosiddette ‘camere Lanzaloti’, cioè le stanze decorate con storie del ciclo arturiano, di cui questo è l’esempio più antico giunto fino a noi, erano presenti in molti palazzi e castelli del tempo.
Nel caso degli affreschi di Frugarolo non è casuale la presenza costante di un compagno di Lancelot, il principe Galehot, ossia Galeazzo, un richiamo neanche tanto indiretto all’intimo amico e protettore Gian Galeazzo Visconti. Li si vede ambedue raffigurati a letto con le rispettive dame: Ginevra e la Dame de Malohaut, esempio stupendo di pittura profana o, per dirla all’antica, “d’amor soçço”, raffigurato anche nel bacio fra Lancillotto e Ginevra.
I quindici frammenti e la ‘Madonna in trono’ scoperti nel 1971 sono stati avventurosamente salvati attraverso un primo intervento di conservazione in loco, seguito dalla loro asportazione secondo la tecnica dello “strappo”.
Successivamente restaurati a cura della Soprintendenza ai Beni storico artistici del Piemonte e del Comune di Alessandria, gli affreschi sono qui esposti come erano originariamente nella grande sala della Torre di Orba.
_____
• Maria Colio coordina la Sala d’Arte della Biblioteca Civica di Alessandria, dove cura progetti espositivi e percorsi di valorizzazione del patrimonio artistico cittadino.
Arte e Cultura
Guglielmo Caccia e figlia:
un’impresa di successo.
Di Anna Maria Ronchi*
La continuità imprenditoriale, all’interno della famiglia, che aggiunge con orgoglio “e figli” nei brand aziendali, ha caratterizzato gran parte dell’industria del secolo scorso. Oggi superata da altre forme di impresa, è tuttavia ancora presenza tradizionale in alcuni settori manifatturieri. Rara, nel Novecento ed oltre, la continuità dichiarata con una “figlia”.
Guglielmo Caccia lo fece, nel suo testamento del 1625, anno della sua morte, riconoscendo alla figlia suor Orsola Maddalena il talento e la capacità, piena, di poter continuare il suo lavoro, un riconoscimento concesso anche alla figlia più piccola, Francesca, morta, tuttavia, così precocemente da non poter lasciare profonda traccia della sua arte. In un secolo in cui le donne godevano di limitati spazi di libertà ed erano, per tutta la vita, sotto la tutela di un maschio di famiglia, padre o marito o prossimo parente, la decisione di Guglielmo fu moderna e lungimirante ed è premessa doverosa per comprendere l’ampia diffusione delle tele del pittore e di sua figlia.
Nato nel 1568 a Montabone, Guglielmo Caccia giunse a Moncalvo nel 1593. Sua moglie, Laura Oliva, era la figlia del celebre pittore Ambrogio. Non erano infrequenti i matrimoni all’interno della stessa arte, di figlie di pittori con pittori, talora collaboratori di bottega, premessa di possibili, future condivisioni dell’impresa. Non fa eccezione Guglielmo, dotato di talento, ma con scarse entrature, provenendo da una famiglia di modesti proprietari di terra, avviato all’arte pittorica con grandi sacrifici della madre vedova, Margherita. È proprio quest’ultima a parlarne, menzionando anche i lauti proventi ricavati da Guglielmo con la sua arte. Siamo nel 1601 e Guglielmo ha già maturato importanti committenze ed allargato le fonti della sua ispirazione: da Casale al Sacro Monte di Crea; da Vercelli alle prime esperienze torinesi; da Ambrogio Oliva, il suocero, alla scuola vercellese, al Cerano, ai fratelli Campi. Federico Zuccari, con bottega a Roma, ma attivo anche a Venezia e a Firenze, apprezzato e richiesto da Filippo II di Spagna, volle proprio il Caccia come suo collaboratore per i lavori della grande galleria di Carlo Emanuele I di Savoia nel 1608. Gli anni che seguirono lo videro attivissimo in tutto il Piemonte: dalle città (Alessandria, Asti, Acqui, Chieri, Novara, Milano, Monza, Pavia…) ai piccoli centri (Villanova, Pontestura, Casalcermelli, Frugarolo, Bosco Marengo…).
A Guglielmo e a Laura nacquero, a Moncalvo, tredici figli, di cui sei femmine e tre maschi superarono l’infanzia. Guglielmo, con il suo continuo peregrinare, con le sue numerose committenze, riuscì a garantire alla sua famiglia benessere ed accresciuto prestigio sociale. Dei tre maschi, solo uno gli sopravvisse e fu medico, una professione liberale che all’epoca era la porta d’ingresso per un titolo nobiliare. La dote pagata per Caterina, l’unica delle sorelle Caccia avviata al matrimonio, fu di gran lunga superiore a quella della madre Laura, segno, per l’epoca, di un accresciuto peso nella scala sociale.
La fama di Guglielmo fu certamente dovuta al suo talento, alla sua maniera, ma non possiamo non sottolineare la sua forte personalità, le sue intelligenti intuizioni, che lo aiutarono nei suoi viaggi e nelle sue scelte. A tal proposito due aspetti della Grande Storia devono essere sottolineati: il progetto controriformistico del rinnovamento degli arredi iconografici nelle chiese, con nuove simbologie e una chiarezza compositiva volta a coinvolgere direttamente e profondamente il fedele; la tragedia delle guerre locali ed europee (la guerra dei Trent’anni), la carestia e la peste.
Quanto al primo aspetto, Guglielmo Caccia seppe approfittare del clima di rinnovamento, attingendo anche alla sua profonda fede, soprattutto attingendo al trasporto emotivo verso la Vergine, più e più volte rappresentata nelle sue tele, una fede condivisa con il cognato e con l’amico, il pittore Alberini, tanto da dedicare alla Madonna un ex-voto, dopo un incidente mentre lavorava su un’alta impalcatura.
Quanto al secondo aspetto, i viaggi di Guglielmo richiedevano coraggio e intraprendenza, perché passare dal Monferrato casalese al Milanese, a Torino ecc. significava attraversare confini politici, territori nemici e tra loro ostili. Moncalvo era un vivace centro commerciale ed artistico, frequentato, tra gli altri, da Giovanni Tabacchetti, dallo scultore Lamberto Enatten, che Guglielmo scelse come padrini delle sue figlie. Quattro fiere e un mercato ebdomadario il giovedì attiravano molte persone ed erano occasione di affari e di incontri, ma la città scelta da Guglielmo apparteneva ad un territorio a rischio. Lontano da Mantova, il territorio, infatti, era una enclave, confinante con lo Stato sabaudo, assai aggressivo, in via di formazione. Casale, per la sua cittadella e la sua posizione strategica, militarmente ed economicamente, dovette fare i conti con gli appetiti e le strategie dei grandi. Il territorio fu devastato da guerre, il cui carattere locale era intrecciato con lo scontro tra Francia e Impero, nemiche sino alla fine del Seicento, quando il duca Vittorio Amedeo II di Savoia, il 18 aprile 1707, entrò da vincitore a Casale.
Nel novembre del 1625 Guglielmo morì, ma dalla primavera dello stesso anno aveva dato inizio ad un’opera affascinante: il monastero delle Orsoline, da lui voluto nella sua stessa casa, donata alla Chiesa, dove riunì tutte le sue figlie. All’interno del monastero restava la bottega, affidata a suor Orsola, libera di usare i guadagni delle sue fatiche pittoriche.
La bottega di Guglielmo Caccia era diventata un’azienda fiorente. Le ragioni patrimoniali determinarono la decisione del famoso pittore, ma su di lui agirono anche ragioni derivanti da una fede sincera. Tutte le figlie di Guglielmo furono suore. La monacazione delle prime quattro è coerente con i modelli educativi dell’epoca: le famiglie numerose non potevano permettersi di pagare doti adeguate per tutte le ragazze e delle sei sorelle Caccia solo Caterina e Francesca furono destinate al matrimonio. Eppure, sia Caterina, che si sposò e restò vedova molto presto, sia Francesca, pure pittrice, scelsero di restare nella loro casa monastero.
Gli affetti contribuirono alla lungimirante e moderna decisione di Guglielmo. Preoccupato dalle difficili condizioni del suo tempo, pensò che, in un monastero domestico, le sue figliole “cautius et tutius desservire possent deum”. Fu così che le figlie di Guglielmo, da qualche anno suore Orsoline, rientrarono nella loro casa e l’anno successivo il monastero cominciò ad accogliere fanciulle di Moncalvo.
La stessa scelta di Guglielmo dell’ordine delle Orsoline, a cui destinare le figliole, ne rivela la mentalità aperta. L’educazione delle fanciulle era strettamente connessa con la congregazione religiosa delle Orsoline e il monastero di Moncalvo fu un centro di cultura e di educazione, oltre che impresa. Le monache sapevano non solo leggere e scrivere, ma, presumibilmente, conoscevano la musica. Gli strumenti musicali nelle tele dei Caccia sono numerosi, testimonianze di un interesse e di una pratica musicale che faceva parte della buona educazione delle giovani del tempo.
Ma veniamo alla pittura. Suor Orsola Maddalena seppe gestire, con grande energia e generosità, la bottega che il padre le aveva lasciato, ne confermò il successo. Pagava di sua tasca il confessore e, nei momenti difficili, seppe trovare le parole giuste per nuove committenze, come nel 1643, quando si rivolse a Madama Cristina di Savoia.
Guglielmo educò le sue figlie alla cultura, ebbe fiducia nelle loro capacità artistiche e gestionali e le sue figlie alimentarono un ambiente colto, libero, di fraterna condivisione. La gentilezza -che fu anche della pittura di Guglielmo-, la femminilità degli abiti preziosi delle sante dipinte da Orsola o dei suoi fiori, il perfetto equilibrio delle sue nature morte, allontanavano ed esorcizzavano la realtà della strada, le sue guerre, i suoi conflitti, la sua fame, la terribile peste del 1630 che il famoso pittore non vide.
Quando si esaurì anche la linea maschile dei Caccia, Angelo Francesco, nipote di Guglielmo, figlio di Gerolamo, volle mantenere il prestigioso cognome, stabilendo che gli eredi, i figli maschi di suo cognato, lo adottassero, rivelando il grande orgoglio e l’ammirazione per l’arte del celebre nonno e della zia, arte che oggi ci parla anche dalle chiese a noi vicine.
• Anna Maria Ronchi, professoressa, scrittrice e storica, ha dedicato la sua carriera all’insegnamento nelle scuole superiori e allo studio della memoria culturale del territorio alessandrino.
** BOSCO MARENGO:
Chiesa di Santa Croce, Apparizione della Vergine a San Giacinto, attribuita a Guglielmo Caccia
Arte e Cultura
Il Museo di Santa Croce di Bosco Marengo:
il ritorno della “macchina vasariana”
Arch. Stefano Pezzato –
Responsabile del Complesso Monumentale di Santa Croce
per il Comune di Bosco Marengo
Nel silenzio della campagna delle Terre di Marengo, nel Comune di Bosco Marengo, al confine con Frugarolo, il complesso monumentale di Santa Croce e Ognissanti si presenta come un luogo sospeso tra storia e quiete: un’architettura severa, nata nel pieno della Controriforma, che custodisce uno dei tesori più inattesi del Piemonte.
In queste terre, dove il giovane Michele Ghislieri trascorse l’infanzia prima di diventare Papa Pio V, sorge oggi il Museo Vasari, dedicato alla ricomposizione dell’imponente apparato pittorico che Giorgio Vasari realizzò per l’altare maggiore della chiesa.
Il convento domenicano fu fondato nel 1566, quando Pio V decise di dotare il suo paese natale di un complesso religioso che incarnasse i principi della riforma cattolica: ordine, chiarezza, rigore dottrinale. La costruzione coinvolse maestranze di alto livello e diede vita a un insieme architettonico articolato, con chiostri, refettorio, sala capitolare e ambienti di clausura che ancora oggi conservano la loro geometria limpida.
Dopo la soppressione degli ordini religiosi, Santa Croce attraversò una lunga stagione di usi civili: deposito militare, riformatorio, carcere minorile. Solo alla fine del Novecento, grazie ai fondi del Giubileo del 2000, una parte dell’ex convento è stata restaurata e destinata a museo, restituendo dignità a un patrimonio che rischiava di scomparire.
Il cuore del percorso espositivo è la ricomposizione della cosiddetta “macchina vasariana”, un complesso di tavole dipinte da Vasari e dalla sua bottega per l’altare maggiore.
L’apparato, smantellato nel 1712, era stato disperso in vari ambienti della chiesa: alcune tavole spostate, altre dimenticate, altre ancora danneggiate dal tempo. Il museo ricostruisce oggi la logica originaria del grande polittico, restituendo al visitatore la visione d’insieme pensata da Vasari: un racconto teologico e iconografico che celebra la santità domenicana e la missione riformatrice di Pio V.
Tra le opere principali spicca il Martirio di San Pietro da Verona, tavola monumentale che unisce dramma narrativo e compostezza classica, riportata alla sua luminosità originaria grazie a un accurato restauro. Attorno ad essa si dispongono le dieci tavole minori che decoravano l’altare, dedicate a santi domenicani e scene della vita di Cristo, caratterizzate da colori limpidi, architetture prospettiche e figure eleganti.
Completano il programma iconografico alcune tele attribuite alla bottega vasariana, che aggiungono episodi di forte intensità spirituale e contribuiscono a restituire la complessità dell’insieme.
Accanto alle opere vasariane, il museo conserva paramenti sacri, oggetti liturgici, documenti e libri legati alla figura di Pio V e alla sua famiglia. Sono testimonianze che raccontano il radicamento del pontefice nel territorio e il ruolo che Boscomarengo ebbe nella sua formazione.
Il complesso monumentale, con i suoi chiostri severi e la geometria limpida degli ambienti conventuali, rimane uno dei più significativi esempi di architettura della Controriforma in Piemonte: un luogo che unisce storia, spiritualità e arte in un equilibrio raro, capace di restituire al visitatore la sensazione di trovarsi davanti a una pagina rimasta intatta per secoli.
Orari di apertura del Museo Vasari – Santa Croce (Bosco Marengo)
• Sabato e domenica
- Orario estivo: 16:00 – 19:00
- Orario invernale (1 ottobre – 30 aprile): 15:00 – 18:00
• Chiusure straordinarie: possibili variazioni stagionali o festività (es. chiusura nei giorni 15–17 agosto 2025).
Informazioni e prenotazioni: Associazione Amici di Santa Croce – Tel. +39 331 443 4961
Arte e Cultura
Terre di Marengo
Rivista di cultura, storia e vita associativa dei Cavalieri delle Terre di Marengo
N°1
Sett.
2026
N°1 - Settembre 2026
Associazione
Cavalieri delle Terre di Marengo
Alessandria
Contatti: terredimarengo@gmail.it
C.F. 96036310066
Comitato di redazione
Severino Bruno Fara (Coord. ed.), Graziella Firpo, Enrico Grossi, Mario Marchioni, Rosalba Marenco, Vittorino Molino