Il Territorio
Il Territorio
La Fraschetta e le Terre di Marengo: origini geologiche e paesaggio antico.
di Mallarino Alberto e Zailo Maurizio – Dottori Agronomi dell’Ordine Interprovinciale del Piemonte.
La Fiscala: una storica tenuta nelle Terre di Marengo.
Di Patrizia Morandi, comproprietaria
della tenuta La Fiscala.
Quelle splendide e dorate fioriture sugli argini.
di Carlo Fortunato
Lo Staio nelle Terre di Marengo: storia di una nostra misura agraria
Di Antonio Penna Presidente Collegio Geometri della Provincia di Alessandria
Il territorio.
L’Anima delle
Terre di Marengo
ll territorio è molto più di uno sfondo: è la trama viva su cui si intrecciano storia, lavoro, natura e comunità. Nelle Terre di Marengo, questa trama è fatta di suoli che cambiano colore e consistenza nel giro di pochi chilometri, di acque che scorrono visibili o sotterranee, di coltivazioni che raccontano secoli di adattamenti e scelte, di paesaggi che mutano ma conservano, in filigrana, le impronte di chi li ha abitati. Parlare di territorio significa entrare in relazione con tutto questo: con le sue fragilità e le sue risorse, con le sfide idrogeologiche che ci interrogano, con le forme dell’agricoltura che evolvono, con la biodiversità che resiste o scompare, con i segni culturali che gli alberi, i campi, le cascine e le acque custodiscono.
Questa sezione nasce per raccontare il territorio in tutte le sue dimensioni, senza ridurlo a un solo punto di vista. Qui troveranno spazio gli alberi che hanno accompagnato la nostra storia, le colture che definiscono il paesaggio agrario, le caratteristiche dei suoli che determinano vocazioni e limiti, le dinamiche dell’acqua che modellano la pianura, le trasformazioni ambientali che ci chiedono attenzione e responsabilità. Ma troveranno spazio anche le narrazioni: quelle che restituiscono il valore affettivo dei luoghi, la memoria delle comunità rurali, la bellezza discreta dei paesaggi quotidiani.
L’obiettivo non è soltanto descrivere, ma comprendere. Non solo osservare, ma interpretare. Perché il territorio non è un dato immobile: è un organismo che cambia, che reagisce, che chiede cura. Raccontarlo significa riconoscere che ogni scelta – agricola, ambientale, urbanistica, culturale – contribuisce a disegnare il futuro delle Terre di Marengo.
Questa sezione vuole essere un invito a guardare ciò che ci circonda con occhi più attenti, più consapevoli, più curiosi. A scoprire ciò che spesso diamo per scontato. A restituire dignità e voce a un patrimonio che appartiene a tutti.
Benvenuti in Territorio: uno spazio per capire, per ricordare, per immaginare
La Fraschetta e le Terre di Marengo:
origini geologiche e paesaggio antico.
di Mallarino Alberto e Zailo Maurizio – Dottori Agronomi dell’Ordine Interprovinciale del Piemonte.*
Parte I – Nota editoriale Questo articolo inaugura un breve percorso dedicato alla storia naturale e agraria della Fraschetta, e quindi delle Terre di Marengo. In questa uscita presentiamo la prima parte, dedicata alla genesi geologica del territorio e alle sue trasformazioni fino all’età romana. La seconda parte, che approfondirà le vicende agro paesaggistiche dal Medioevo all’età contemporanea, sarà pubblicata nel prossimo numero della rivista.
Aspetti idrogeologici: la Scrivia e la formazione della piana
Per comprendere la genesi della Fraschetta e delle Terre di Marengo è necessario ripercorrere alcune tappe fondamentali della formazione geologica del torrente Scrivia, elemento che ha segnato il destino della zona fin da epoche remote. Circa 80.000 anni fa, il tratto di pianura iniziò a modificare il proprio corso in relazione al fenomeno noto come “Salto di Tanaro”. Intorno a 20.000 anni fa, la migrazione della Scrivia si arrestò contro le marne dei Colli Tortonesi, formando un conoide alluvionale con apice a Serravalle Scrivia e ventaglio rivolto verso nord, testimonianza della progressiva migrazione del corso d’acqua da ovest verso est.
Lo spessore dei depositi alluvionali aumenta da Serravalle verso nord ovest, fino alla zona dell’attuale confluenza del Tanaro, decresce verso nord in corrispondenza dello sperone di Tortona e della dorsale sepolta, per poi aumentare nuovamente fino alla confluenza nel Po. Da questa dinamica nasce la vasta plaga dalle particolarissime caratteristiche pedologiche e idrologiche che chiamiamo Fraschetta.
La Scrivia: evoluzione dell’alveo e dinamiche fluviali
Il primo tratto del torrente presenta caratteristiche tipiche dei corsi d’acqua montani. Oggi, tra Serravalle Scrivia e Tortona, l’alveo ha subito una trasformazione quasi completa: da monocursale a pluricursale ramificato. Tra Cassano Spinola e Villalvernia l’abbassamento dell’alveo ha ridotto la larghezza anche dell’80%, trasformando barre laterali in golene stabili. Situazioni analoghe si osservano a monte di Tortona, seppure con intensità variabile.
Tra Tortona e Castelnuovo Scrivia si registra un sensibile restringimento dell’alveo, con riduzione della fascia di libera divagazione e conseguente diminuzione della tendenza alla ramificazione. In alcuni tratti la trasformazione verso un alveo unicursale è pressoché completa, con erosione di fondo e consolidamento di barre laterali e longitudinali.
Tra Castelnuovo Scrivia e la foce nel Po aumenta la sinuosità, segno di una dinamica erosiva ancora attiva. Il documento sottolinea:
«L’abbassamento di fondo alveo è evidente immediatamente a valle dei ponti di Tortona e di Castelnuovo Scrivia…»
Sono presenti paleoalvei meandriformi, talvolta associati a scarpate di erosione.
Il paesaggio antico: la foresta planiziale
La piana della Fraschetta, come gran parte della Pianura Padana, era originariamente ricoperta da una vasta foresta planiziale, ricca e intricata, estesa per migliaia di ettari. Vi dominavano farnia, carpino bianco, frassino (da cui il toponimo), aceri, pioppi, tigli; nelle zone ripariali prosperavano salici e ontani.
La fauna era altrettanto ricca: cavallo, bisonte, bufalo, cervo, daino, capriolo, cinghiale; lupo, lince e orso. Il documento ricorda:
«Questo era, con buona approssimazione, il Paesaggio… in cui si dovettero adattare le popolazioni umane della nostra protostoria.»
Un ambiente selvatico e complesso, che accompagnò le comunità umane tra 10.000 e 15.000 anni fa.
La romanizzazione: Dertona, Libarna e la centuriazione
Le prime notizie dettagliate sulla Fraschetta risalgono al periodo romano, intorno al 123 a.C., anno della fondazione della colonia Dertona, attestata da Velleio. La colonizzazione si inserisce nel processo di conquista delle regioni liguri a sud del Po. Dertona divenne colonia augustea (40–30 a.C.), assumendo il nome di Augusta Dertona o Iulia Augusta Dertona.
La città sorgeva all’intersezione di tre vie consolari:
• Via Postumia, da Genova ad Aquileia;
• Via Fulvia, verso Asti e Torino;
• Via Aemilia Scauri, verso Vado e la costa ligure.
La centuriazione romana è ancora leggibile nel territorio tra Novi Ligure, Tortona e il Po. Il sistema prevedeva decumani (est ovest) e cardini (nord sud), con suddivisione dei terreni in centurie di 2.400 piedi di lato, ciascuna ripartita in cento heredia. Il documento ricorda:
«Il terreno risultava diviso in quadrati di circa 2.400 piedi di lato… denominati centurie…»
Le linee divisorie erano i limites e i rigores, spesso strade ancora oggi esistenti. Molti insediamenti attuali (Novi, Pozzolo, Sale, Cassano Spinola) sorgono sulle antiche quintane, le strade più ampie del reticolo agrario romano.
Il territorio era densamente abitato: cascinali, poderi, ville rustiche, collegati da una rete viaria efficiente.
Conclusione della Parte I
La prima parte del nostro percorso mostra come la Fraschetta – e dunque le Terre di Marengo – sia il risultato di una lunga storia naturale e di un profondo intervento umano. Dalla dinamica della Scrivia alla foresta planiziale, dalla romanizzazione alla centuriazione, il territorio si è formato attraverso stratificazioni che ancora oggi ne definiscono l’identità.
La Parte II, nel prossimo numero, racconterà la trasformazione medievale, la nascita della Silva Danea, l’opera dei monasteri, l’evoluzione agraria moderna e le sfide contemporanee.
La Fiscala: una storica tenuta
nelle Terre di Marengo
Di Patrizia Morandi, comproprietaria della tenuta La Fiscala.
La Fiscala è una tenuta del territorio della Fraschetta e si trova a cavallo dei comuni di Alessandria ( Spinetta Marengo) e Frugarolo. Se ne ha notizia da un atto notarile di vendita risalente al 1596, il più antico finora rinvenuto.
Si presume però che la sua origine sia più antica e si situi nella seconda metà del '400 periodo in cui in quel territorio nacquero le prime cascine. Si trattava di costruzioni in muratura, generalmente in sequenza lineare, a cui si aggiunse in seguito la casa padronale. Le strutture a corte furono posteriori, ottocentesche. La particolarità della Fiscala è la sua struttura a doppia corte chiusa, raro esempio nel territorio della Fraschetta. Si ispira direttamente al palazzo di città, con la corte d'onore e quella rustica.
La nobile famiglia alessandrina dei Sappa ne fu proprietaria quasi ininterrottamente dalla seconda metà del secolo XVI al secolo XIX.
Il nome stesso FISCALA pare riferito ad Antonio Maria Sappa che nel 1549 fu nominato avvocato fiscale del Comune di Alessandria.
Nel 1849 fu venduta da Donna Eugenia Sappa, ultima rappresntante della nobile famiglia nonché moglie del conte Civalieri, a Giovanni Battista Carnevale, ricco borghese, che la fece riedificare con "lusso e buongusto" più o meno come è ora. Lo si desume da una descrizione dettagliata della tenuta nel testamento con cui il Carnevale la lascia in usufrutto alla moglie Gioannina. Nell'ultimo decennio dell'800 fu lasciata dai Carnevale all'ospedale Santi Antonio e Biagio.
Venduta all'asta passò negli anni '90 dell'800 alla famiglia Gra, poi, nel 1902, al possidente Carlo Caligaris e infine, nel 1917, alla famiglia Morandi.
Inglobata nel corpo di fabbrica padronale si trova la cappella religiosa dedicata al Sacro Cuore di Gesù, con un accesso dall'interno dell'abitazione e uno dallo spazio antistante la facciata.
In un interessante documento dell'archivio Sappa si trovano elencate le coltivazioni che nell'800 si praticavano alla Fiscala: grano, avessa, avessarda, (antiche leguminose foraggere locali, oggi scomparse) fagioli, ceci, uva, segale, lupini, ravizzoni, aglio, vino, nonché l'allevamento dei bovini.
Il Territorio
Lo Staio nelle Terre di Marengo:
storia di una misura agraria
Di Antonio Penna Presidente Collegio Geometri della Provincia di Alessandria.
Fino a non molti decenni fa, nelle campagne delle Terre di Marengo, la superficie dei campi non veniva indicata in metri quadrati o in ettari. Per gli agricoltori la terra si misurava in staia e moggi, antiche unità di misura che continuavano a comparire nei contratti di affitto e nelle compravendite anche molto tempo dopo l'introduzione del sistema metrico decimale.
Può sembrare curioso che una misura così antica sia sopravvissuta fino al Novecento, ma la ragione è semplice: lo staio non era soltanto un'unità di superficie, era soprattutto uno strumento di lavoro.
In origine, infatti, lo staio era una misura di capacità utilizzata per i cereali. Corrispondeva al volume di un recipiente destinato a contenere il grano da semina. Con il tempo il suo significato cambiò: per gli agricoltori lo staio finì per indicare la superficie di terreno che poteva essere seminata con quella precisa quantità di semente. La terra, dunque, non veniva misurata soltanto per la sua estensione, ma soprattutto per la sua produttività.Nelle campagne alessandrine questo sistema assunse caratteristiche proprie. Le consuetudini locali non erano uniformi e ogni territorio conservava le proprie misure. Ad Alessandria convivevano infatti due diverse unità: lo Staio Piccolo, composto da dodici tavole e corrispondente a circa 393 metri quadrati, e lo Staio Grande, formato da diciotto tavole, pari a 589,49 metri quadrati.
Fu proprio quest'ultimo a diventare la misura tradizionale della pianura di Marengo e della Fraschetta.
L'unità fondamentale del sistema era la tavola, che misurava circa 32,75 metri quadrati. Diciotto tavole formavano uno Staio Grande, mentre otto staia costituivano un moggio, unità ancora più utilizzata quando si trattava di estensioni agricole di una certa importanza.
Queste misure non erano semplici convenzioni matematiche. Costituivano il linguaggio quotidiano del lavoro agricolo. Sapere che un campo misurava dieci staia significava conoscere immediatamente la quantità di grano necessaria per la semina, stimare il raccolto, organizzare le giornate di lavoro e perfino determinare il canone d'affitto.
Non è un caso che, fino a pochi decenni fa, molti contratti agrari fossero ancora espressi in "quintali di grano per moggio". L'affittuario si impegnava cioè a corrispondere al proprietario un importo pari al valore di una determinata quantità di grano per ogni moggio di terreno coltivato. Era un modo di calcolare il canone che conservava un legame diretto con la realtà agricola e con la fertilità della terra.
Quando, dopo l'Unità d'Italia, il sistema metrico decimale divenne obbligatorio, le antiche misure non scomparvero immediatamente. La legge uniformò i sistemi di misura e nel 1877 vennero pubblicate le tavole ufficiali di conversione delle misure locali, ma nelle campagne le vecchie consuetudini continuarono a prevalere ancora per molti anni. Solo il progressivo rinnovamento dell'agricoltura, l'evoluzione del catasto e il ricambio generazionale portarono all'abbandono definitivo dello staio e del moggio.
Oggi quei 589,49 metri quadrati sono soltanto un dato riportato nelle tavole di conversione. Per intere generazioni di contadini delle Terre di Marengo rappresentavano invece una misura familiare, concreta, legata al ritmo delle stagioni, alla semina e al raccolto. Lo Staio non era soltanto un modo per misurare un campo: era parte del patrimonio di conoscenze che ha accompagnato per secoli la vita agricola di questo territorio.
Quelle splendide e dorate fioriture sugli argini
di Carlo Fortunato*
Il topinambur (Helianthus tuberosus), è proprio lui, il protagonista di quelle spettacolari e calde fioriture di fine estate disseminate prevalentemente lungo gli alvei dell’Orba o sulle rive delle rogge e dei fossi delle Terre di Marengo. È la natura di una asteracea tuberosa che predilige i terreni sabbiosi dei contesti alluvionali, ambienti in cui i suoi preziosi tuberi possono agevolmente svilupparsi. Nei comuni fraschetani viene individuato con diverse espressioni dialettali quali “patanabò”, “tapinabò”, “tupinambò” “ciapinabò”, ecc. dove accanto al cardo, in culinaria è stato eletto indiscusso sovrano della “bagnacouda”: possiamo affermare che attualmente la sua notorietà nella etnobotanica e cucina locale si limiti ormai a questo utilizzo. Non si tratta di un vegetale di natura autoctona, le sue origini si perdono negli immensi spazi dall’America settentrionale, raggiungendo poi il vecchio continente nel secolo XVII per propagarsi con un’evidenza cosmopolita, prova ne sono i diversi nomi assunti in altri paesi: girasole del Canada, carciofo di Gerusalemme, rapa tedesca, ecc. Un particolare curioso lo lega ad un’ipotesi etimologica del suo nome, ispirato dalla tribù indigena brasiliana dei Tubinambà, poiché una volta importato in Europa, così fu tenuto a battesimo dai francesi, forse un po’ influenzati dai portoghesi: entrambi all’epoca, forse avevano fatto un po’ di confusione sulle zone di provenienza americana!
È un vegetale spontaneo infestante, ma allo stesso tempo soggetto a estesa coltivazione quasi in tutto il territorio nazionale, il cui tubero nella consistenza è simile alla patata, pur non contenendo amidi, e avendo una maggiore versatilità di utilizzo. Per gli anziani vissuti durante gli eventi bellici questa erbacea rappresenta uno dei alimenti tra i più legati alle ristrettezze alimentari di quei periodi… le origini della bagnacauda da lì giungono.
A completa fioritura la pianta, in condizioni ambientali ottimali, si estende anche oltre i due metri di altezza. Terminata questa fase, gradualmente, i lunghi steli si disseccano e da quel momento in poi le radici iniziano a sviluppare i sui particolari e bitorzoluti tuberi - talvolta rosati, talvolta violacei o marroncini - che continueranno a crescere fino a febbraio inoltrato e a fare dono dei loro frutti. Poco noto di questa preziosa pianta, eleggibile a pieno titolo ad ortaggio, è l’aspetto che un suo regolare consumo rientra nella pratica del curarsi mangiando.
Al palato il topinanbur presenta sentori di nocciola, carciofo e cocco: gradevolezza che rende comprensibile il suo utilizzo culinario anche a crudo. Può essere gustato da solo, come parte di una ricca insalata, oppure in pinzimonio o marinato con altre croccanti crudità. Come la patata, può essere consumato fritto, bollito o cucinato al vapore per farne purea o sformati. In tema di sapori alternativi può rivelarsi ingrediente di zuppe e minestroni: una buona grattugiata di topinambur può essere il tocco finale per trasformare questi semplici piatti in stuzzicanti pietanze. Vale la pena ricordare che questo tubero, essendo ricco di carboidrati, è ottimo contorno di carni, pesce o formaggi, a coronamento di un pasto completo e nutriente, oltre che molto appetitoso.
Stiamo parlando di un alimento molto ricco dal punto di vista nutrizionale, in cui sono presenti carboidrati (inulina, asparagina, betaina, colina, fruttosio), proteine, vitamine A, B, H, sali minerali, tra cui potassio, fosforo, calcio, magnesio e oligoelementi come zinco, rame e selenio, quest’ultimo dalle spiccate proprietà antiossidanti. Il topinambur è vivamente consigliato nelle diete ipoglicemiche e nei regimi alimentari per diabetici poiché garantisce la sufficiente presenza di carboidrati nel sangue a prescindere dal livello di insulina presente nel sangue. Inoltre, l’inulina, di cui questi tuberi sono ricchi, esercita un’azione probiotica adatta a ripristinare la flora batterica con l’apporto di bifidus e lactobacilli, a ridurre i valori di colesterolo e stabilizzare la presenza di glucosio nel sangue (glicemia) nonché dell’acido urico. Occorre premettere nei confronti di coloro che si approcciano al consumo o nel caso in cui si ecceda nelle quantità che il tobinambur può provocare disturbi intestinali.
Questi splendidi margheritoni, stretti parenti dei girasoli, di certo non hanno ancora finito di sorprenderci.
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* Carlo Fortunato (Bosco Marengo 1961) è etnobotanico, giornalista e divulgatore ambientale. Svolge la sua attività formativa presso la Provincia di Alessandria. Già dipendente della Regione Piemonte, ha pubblicato diversi testi dedicati alle piante spontanee e al loro tradizionale utilizzo in cucina, di particolare rilievo “LE ERBACCE NEL PIATTO” e “L’ORTO DELLE ERBACCE”.
** L’immagine del Topinambur è dell’acquerellista Daniela Cirio.
Il Territorio
Terre di Marengo
Rivista di cultura, storia e vita associativa dei Cavalieri delle Terre di Marengo
N°1
Sett.
2026
N°1 - Settembre 2026
Associazione
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Alessandria
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Comitato di redazione
Severino Bruno Fara (Coord. ed.), Graziella Firpo, Enrico Grossi, Mario Marchioni, Rosalba Marenco, Vittorino Molino