La Torre di “Teodolinda”
Marengo: le origini del tesoro
Di Alberto Ballarino
I libri che ci raccontano
Maìno della Spinetta.
Re di Marengo e imperatore delle Alpi
Elio Gioanola - Jaca Book, 2008
La nostra storia
Ogni territorio vive due volte: nel presente che abitiamo e nel passato che lo ha formato. Le Terre di Marengo custodiscono una storia ricca e stratificata, fatta di avvenimenti che hanno lasciato un segno profondo, di comunità che si sono trasformate nel tempo, di tradizioni che continuano a parlare anche quando sembrano lontane. Raccontare “la nostra storia” significa dare voce a tutto ciò che ha contribuito a costruire l’identità di questa pianura: i fatti noti, le vicende dimenticate, i luoghi che conservano tracce silenziose del nostro passato.
Questa sezione nasce per esplorare le radici del territorio in tutte le loro sfumature: dalle grandi pagine che hanno reso celebre il nome di Marengo alle storie più minute, custodite nelle cascine, nelle chiese, negli archivi e nella memoria delle persone. Sarà uno spazio dedicato tanto agli episodi che hanno segnato la storia europea quanto alle trasformazioni quotidiane che hanno modellato la vita delle nostre comunità.
Accanto a questi percorsi, troveranno posto anche pagine legate alla nostra vita associativa, quando la storia recente merita di essere ricordata e contestualizzata. Un modo per riconoscere che la memoria non appartiene solo ai secoli passati, ma continua a crescere attraverso iniziative, passioni e impegni che fanno parte del nostro presente.
“La nostra storia” vuole essere un invito a guardare indietro per comprendere meglio ciò che siamo oggi. Un luogo dove fatti, testimonianze e racconti si intrecciano per restituire un’immagine viva e sfaccettata del nostro passato. Un percorso che attraversa epoche diverse, ma che ha un unico filo conduttore: la volontà di custodire e condividere la memoria delle Terre di Marengo.
Benvenuti in un viaggio nel tempo, alla scoperta delle radici che continuano a nutrire il nostro presente.
La Torre di “Teodolinda”.
La torre comunemente chiamata “di Teodolinda”, situata a Spinetta Marengo (frazione del comune di Alessandria), è uno dei manufatti medievali più significativi della piana alessandrina, ma anche uno dei più fraintesi dal punto di vista storico. L’attribuzione alla regina longobarda Teodolinda, figura centrale tra VI e VII secolo nella storia dell’Italia settentrionale, appartiene infatti alla tradizione popolare e non trova riscontro nelle fonti documentarie né nelle evidenze archeologiche.
Le ricerche storiche concordano nell’indicare che la torre è di epoca medievale piena, con una prima attestazione documentaria che risale al XII secolo, quindi diversi secoli dopo la morte di Teodolinda. Nei documenti è più correttamente indicata come Torre degli Stortiglioni (o talvolta Torre dei Gamberini), dal nome di famiglie nobili locali che esercitavano il controllo fondiario e politico sul territorio prima della fondazione di Alessandria nel 1168. In quel periodo Marengo non era un luogo marginale, ma un insediamento strutturato, inserito in una rete di borghi, pievi, strade e fortificazioni che presidiavano la pianura tra Tanaro e Bormida.
La torre faceva parte di un sistema difensivo e di controllo del territorio, composto da più torri isolate o integrate in complessi residenziali fortificati. Queste strutture avevano una funzione di avvistamento, di protezione delle vie di comunicazione e di affermazione del potere signorile. Non si trattava quindi di edifici simbolici o celebrativi, ma di elementi concreti di un paesaggio medievale fortemente organizzato, in cui la verticalità della torre rappresentava visivamente l’autorità di chi la possedeva.
Dal punto di vista architettonico, la torre presenta pianta quadrata, muratura in laterizio e aperture distribuite su più livelli, secondo modelli diffusi nell’Italia nord-occidentale tra XI e XIII secolo. L’altezza originaria, stimata attorno ai venti metri, e la presenza di una fascia sommitale dentellata indicano una funzione difensiva ma anche rappresentativa. Le tecniche costruttive e i materiali impiegati escludono con chiarezza una datazione altomedievale o longobarda, rafforzando ulteriormente l'ipotesi di una costruzione in età comunale o immediatamente precedente.
Nel corso dei secoli la torre subì trasformazioni e rifunzionalizzazioni. Tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento venne inglobata in un complesso conventuale dei Canonici Lateranensi, che modificarono in parte la struttura originaria adattandola a nuovi usi. Questo processo di integrazione spiega alcune anomalie architettoniche visibili ancora oggi e testimonia la continuità di utilizzo del sito, mai completamente abbandonato.
L’associazione con Teodolinda nasce probabilmente in età moderna, quando la memoria storica si intreccia con la leggenda e con il bisogno di nobilitare il passato locale attraverso grandi figure della storia. Teodolinda, regina colta e politicamente influente, divenne così un riferimento simbolico, anche se privo di fondamento documentario. In questo senso la torre rappresenta un caso emblematico di costruzione della memoria, in cui il racconto popolare ha finito per prevalere sul dato storico.
Oggi la torre, visibile prevalentemente all'esterno, resta uno dei pochi elementi materiali che consentono di leggere il paesaggio medievale di Marengo, precedente alla celebre battaglia napoleonica del 1800 che ha reso il nome del luogo noto in tutta Europa. Inserita nel contesto del parco di Villa Delavo e del Marengo Museum, essa costituisce una preziosa testimonianza della lunga durata storica del territorio, ricordando che prima degli eserciti e delle grandi battaglie esisteva qui una comunità organizzata, con le sue strutture di difesa, le sue famiglie dominanti e il suo ruolo strategico nella pianura padana.
Marengo: le origini del tesoro1.
Di Alberto Ballarino2
Da dove proviene il tesoro di Marengo? Gli oggetti che lo compongono sono estremamente eterogenei e anche la datazione varia molto per ciascuno di essi: si va dalla metà circa del I secolo a.C agli inizi del III d.C.. Potrebbero essere pezzi collezionati nel tempo ma forse appartenenti a un medesimo complesso.
Diverse ipotesi sulle sue origini si basano anche sulle caratteristiche dell’area in epoca romana. Era probabilmente attraversata da due strade. Una meridionale in cui è sempre stata individuata la via Fulvia, nel tratto che da Dertona (Tortona) portava a Forum Fulvi (Villa del Foro). Tracce concrete di questa via di comunicazione non sono ancora state trovate dalle ricerche archeologiche ma sono già emerse significative testimonianze di insediamenti nella zona di Spinetta Marengo come una piccola necropoli romana e il sarcofago ad alette con un ricco corredo di vetri tardo antichi.
Si pensa esistesse anche un’altra strada più a settentrione, che partendo da Dertona verso il passaggio del Tanaro, si dirigeva quindi a nord per arrivare a Vardacate (Casale). In relazione a questo percorso si dovrebbero inquadrare i ritrovamenti avvenuti a San Giuliano Nuovo, San Giuliano Vecchio e Castelceriolo.
Sul tesoro viene ritenuta poco probabile l’ipotesi avanzata da Goffredo Bendinelli di deposito da parte del proprietario di fronte a un pericolo imminente. In questo caso dovrebbe esserci stata una villa nei dintorni.
Una tesi più accreditata è invece quella del bottino di un saccheggio, destinato forse ad essere rifuso. A dare forza a questa idea è anche lo stato frammentario di molti elementi. Non sarebbe certo il primo caso di refurtiva sotterrata in periodi di guerra o disordini militari per essere recuperata in tempi successivi. La collocazione geografica favorisce un’ipotesi del genere: nel III secolo poteva essere percorsa dagli eserciti imperiali e dalle tribù barbare che avevano valicato le Alpi. Questa è la tesi più frequentemente usata ma c’è anche chi pensa all’inizio del V secolo, all’epoca degli scontri tra Stilicone e Alarico. Riferendosi a questa epoca, considerata la simbologia pagana degli oggetti, si potrebbe pensare a un saccheggio legato anche a un clima di intolleranza religiosa.
Per quanto riguarda la collocazione originaria, più di uno studioso ipotizza che il tesoro costituisse l’arredo di un tempio. Già nel 1939, Attilio Degrassi aveva notato la coincidenza tra alcuni oggetti del Tesoro di Marengo e quelli citati nell’inventario dell’arredo di una statio, sede di un collegio, forse militare, di Ostia. Gemma Sena Chiesa più recentemente ha ricordato come busti imperiali realizzati con materiale di pregio e cornici e lamine di rivestimento caratterizzano anche il deposito votivo del Capitolium di Brescia.
Per quanto riguarda l’officina dove è stato realizzato il primo nucleo degli oggetti del tesoro, l’ipotesi di una localizzazione nella Gallia o nell’Italia nordoccidentale esce rafforzata dalle recenti indagini scientifiche che hanno individuato nella zona mineraria del massiccio centrale francese la probabile area di rifornimento dell’argento. È vero che l’argento di un importante reperto del tesoro proviene invece dalla Spagna ma la penisola iberica nel II e III secolo d.C è la principale fonte di approvvigionamento di argento di tutto l’impero, perciò avrebbe potuto essere utilizzato da un’officina in Gallia o nell’Italia nord occidentale.
Più recentemente si è fatta avanti una nuova ipotesi grazie a importanti scoperte archeologiche avvenute nella zona. A proporla è stata Alberto Crosetto in un saggio pubblicato nel volume ‘Argenti di Marengo, Contesto e materiali’.
Il ritrovamento, in seguito a lavori di fognatura dell’Amag, di tracce di una struttura ampia in legno e di capanne alto medievali del VII e VIII secolo dietro lo zuccherificio di Spinetta Marengo avrebbe permesso di capire meglio quali erano le dimensioni dell’insediamento longobardo nella zona. Doveva essere un centro abitato di grandi dimensioni, che arrivava fino a dietro Marengo. Infatti, in passato, altri ritrovamenti sono avvenuti al di là dell’area del museo e della Torre di Teodolinda. Purtroppo i lavori agricoli con le tante arature hanno cancellato quasi tutte le tracce di questo storico villaggio. Proprio per questo non è stato possibile capire fino ad ora dove si trovavano la chiesa e il cimitero, anche se dietro Marengo sono state scoperte delle tombe.
Le scoperte avvenute dietro lo zuccherificio confermano una significativa presenza longobarda nell’area alessandrina, non solo a Villa del Foro, ma anche in quelle di Spinetta e Marengo.
Il quadro che, a questo punto sta emergendo, permette di capire meglio le fonti storiche, con il famoso episodio del re Liutprando che veniva a caccia nella zona, riferito da Paolo Diacono nella sua ‘Historia Langobardorum’, scritta fra il 787 e il 789. Si tratta dello stesso racconto in cui vengono citati anche San Baudolino e una località chiamata Foro sulla rive del Tanaro. In effetti, nel corso di scavi archeologici compiuti precedentemente sono state trovate a Villa del Foro buche di pali, collegate alla costruzione di capanne di legno dotate di un recinto esterno, insieme anche a un frammento di ceramica longobarda a stampigliature, risalente alla prima metà del VII secolo.
D’altra parte in questo periodo sono accertati anche altri insediamenti, a Bergoglio e a Rovereto, dove sorge nell’VIII secolo la prima chiesa dedicata a Santa Maria. In pratica, nell’Alto medioevo sulla via che dalla parte orientale del Ducato longobardo di Asti attraverso Tortona porta a Pavia, capitale del Regno, si formano nuovi insediamenti, in una dinamica che nel millennio successivo favorirà la nascita di Alessandria.
In questo contesto, la presenza di una curtis longobarda a Marengo ha permesso ad Alberto Crosetto di ipotizzare una origine longobarda per la collocazione nel sito degli argenti romani. Sarebbero stati portati nella zona per essere rifusi e utilizzati per realizzare nuovi oggetti legati ai simbolismi politici e religiosi della corte reale, dal momento che nella zona si trovavano personaggi di rilievo tra cui lo stesso re Liutprando.
È vero che l’area della futura Pederbona non pare compresa all’interno dell’insediamento longobardo emerso dagli scavi archeologici ma questo è abbastanza comprensibile con l’attività di fabbri orefici che di solito si svolgeva fuori da un centro abitato per i pericoli che poteva causare un’attività basata sull’uso del fuoco.
A favorire questa ipotesi sarebbero anche le caratteristiche degli argenti di Marengo. “L’insieme – scrive Crosetto in un suo saggio pubblicato nel volume ‘Il Tesoro di Marengo. Storie, misteri, ricerche e prospettive’, a cura di Egle Micheletto e Marica Venturino - si può ripartire in due gruppi, come evidenziato al momento del ritrovamento. Alcuni oggetti sono conservati quasi integralmente, anche se rotti o schiacciati per occupare meno spazio, senza alcuna volontà di preservarne l’integrità originaria: sono quelli che furono poi restaurati e ripristinati da Brozzi. Il secondo nucleo era composto da altri reperti più piccoli o di minor conto, che furono sottoposti a un’attività di taglio o rotture per piegatura, priva di interesse verso una conservazione di parti decorate o di elementi destinati a un riutilizzo mirato. Non sappiamo se tale attività fosse stata realizzata fin dai primi tempi, subito dopo il recupero dal sito originario, o se invece fosse, come appare più logico, inquadrata in una delle fasi preparatorie di una lavorazione metallurgica… La deposizione degli argenti, interrata e probabilmente dentro una fossa sistemata appositamente, sia stata una vera e propria cassetta lignea o un semplice apprestamento fatto con assi a foderare il buco scavato nel terreno, rivela in ogni caso una volontà di preservare l’accumulo di materiale prezioso da considerare unicamente per questo suo carattere, dato che ormai gli oggetti risultavano resi inservibili rispetto alla funzione per cui erano stati realizzati in origine. L’insieme dei suggerimenti dati dal contesto, e in particolare dal fatto che ci si trova di fronte a una consistente quantità di argento defunzionalizzata e frammentata, suggerisce, come per analoghi contesti, che si tratti di un deposito destinato alla lavorazione a opera di un artigiano specializzato”.
Le caratteristiche degli argenti, meglio analizzate, non fanno pensare a un furto. “Nel gruppo degli oggetti – riflette Crosetto – non compaiono espliciti segni di un loro recupero violento dai basamenti lignei sui quali erano fissati in origine: gli elementi non presentano segni di uno strappo forzato ma di un recupero sistematico volto alla conservazione della loro interezza, non più a livello di elementi decorativo ma in relazione a quella della preziosità del materiale. I fori di fissaggio dei supporti lignei sono ancora in gran parte conservati e costituiscono la testimonianza di una paziente asportazione dei chiodi metallici. Il dato porterebbe a considerare il prelievo degli argenti non come un evento legato a una devastazione e a un saccheggio ma come un recupero sistematico in una situazione sotto controllo. Vengono così sostanzialmente a cadere le ipotizzate relazioni con eventi legati alla distruzione dei luoghi di culto pagani durante l’avvento della cristianizzazione”.
Un dettagliato esame di tutti i pezzi del tesoro di Marengo si può trovare nel catalogo realizzato da Valentina Barberis e pubblicato nel 2017 nel già citato volume ‘Argenti di Marengo. Contesto e materiali’. Si tratta nel complesso di circa duecento oggetti, la maggior parte dei quali allo stato di frammenti e non esposti. In questo contesto ci si limiterà a ricordare i più significativi.
1 - Per una prima bibliografia sul Tesoro di Marengo: E. Micheletto e M. Venturino (a cura), ‘Il Tesoro di Marengo. Storie, misteri, ricerche e prospettive’, 2017, Torino; G. Bendinelli, ‘Il Tesoro di argenteria di Marengo’, 1937, Torino; L. Brecciaroli Taborelli, ‘Il Museo di Antichità di Torino’, 2006, Torino; E. Micheletto e G. Pantò (a cura), ‘Tesoro di Marengo’, 2013, Torino; D. Ronchetta, ‘Il Tesoro di Marengo’, 1983, Alessandria
2 - Alberto Ballarino, giornalista e autore, si dedica alla storia locale e alla divulgazione culturale, collaborando da anni con testate e realtà del territorio.
La Nostra Storia
I libri che ci raccontano
Maìno della Spinetta.
Re di Marengo e imperatore delle Alpi
(Elio Gioanola - Jaca Book, 2008)
Nella rivista Terre di Marengo desideriamo aprire uno spazio dedicato ai libri che raccontano il nostro territorio, le sue figure e le sue vicende. Non saranno recensioni né schede tecniche, ma sintesi narrative: pagine che restituiscono l’essenza di un’opera e mostrano come essa illumini un tratto della nostra storia. È un modo per rendere accessibili libri importanti, talvolta dimenticati, e per intrecciare la letteratura con la memoria locale, affinché il lettore possa riconoscere nella pagina scritta un riflesso della terra che abita.
La figura di Maìno della Spinetta, il bandito che attraversò la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento lasciando dietro di sé racconti, paure e ammirazioni, è stata affrontata nel tempo da diversi autori. Tra questi ricordiamo, ad esempio, la ricostruzione narrativa di Virgilio Bellone, Mayno della Spinetta (Viglongo, 1977), e il volume curato da G. Moretti, Mayno, il brigante della Spinetta (Seb27, 2008), che ripercorre la fortuna del personaggio nella tradizione popolare e teatrale. Ma l’opera che, a nostro avviso, restituisce con maggiore autorevolezza la complessità storica e umana del personaggio è il libro di Elio Gioanola, Maìno della Spinetta. Re di Marengo e imperatore delle Alpi, pubblicato da Jaca Book nel 2008.
Fin dalle prime pagine, Gioanola colloca Maìno nel suo ambiente naturale: l’enclave mandrogna, quella terra compresa tra Tanaro, Bormida, Scrivia e Orba. Una terra che la quarta di copertina del libro definisce con un proverbio tagliente: «Qui si seminano fagioli e nascono briganti». È un’immagine che non cerca l’effetto, ma restituisce la durezza di un territorio dove la povertà, l’isolamento e la diffidenza verso il potere hanno generato figure che sfuggono alle categorie. La stessa nota editoriale sottolinea come Maìno diventi brigante soprattutto per la sua radicata avversione agli occupanti francesi, percepiti come eversori dei costumi e delle tradizioni locali: un elemento decisivo per comprendere la sua vicenda.
Gioanola affronta la storia del brigante con un approccio rigoroso e insieme narrativo: non inventa, non abbellisce, non costruisce un mito. Ricostruisce. Attraverso documenti, testimonianze, atti giudiziari e tradizione orale, compone un ritratto che restituisce la densità di un’epoca e la tensione di un territorio in trasformazione. Il Piemonte rurale che emerge dalle sue pagine è segnato da povertà, ingiustizie e da un potere distante dalle comunità contadine: un mondo dove la legge dei palazzi spesso non coincide con la giustizia percepita nelle cascine, nei campi, nelle osterie.
In questo contesto nasce la ribellione di Maìno: una ribellione che non ha nulla di epico e nulla di romantico, ma è la risposta istintiva di un uomo che non accetta di essere schiacciato da quell’“ordine imposto dai palazzi” che non riconosce. Gioanola segue la banda nei suoi spostamenti tra boschi, valloni, cascine isolate, restituendo un paesaggio che non è solo sfondo, ma parte viva della vicenda. Le colline tra Tanaro e Bormida, le strade fangose, le borgate sospese tra paura e complicità diventano la geografia morale di una storia che appartiene profondamente alla nostra terra.
La banda vive di piccoli colpi, di alleanze mute, di complicità popolari che oscillano tra ammirazione e timore. Gioanola non indulge nel mito: mostra la fatica, la fame, la tensione continua, la consapevolezza che ogni passo può essere l’ultimo. Eppure, in questa vita di fuga, emerge una sorta di coerenza interiore: Maìno è un uomo che non mente a se stesso, che accetta la propria natura inquieta, che non si piega. La sua figura, pur radicata nella cronaca, assume una dimensione quasi archetipica: quella dell’uomo che si sottrae, che non lascia impronte, che vive in bilico tra realtà e leggenda.
La seconda parte del libro ricostruisce la dissoluzione della banda e la caduta del protagonista. Non c’è sorpresa, non c’è colpo di scena: la fine di Maìno appare come una legge naturale, come il compimento di un destino che il paesaggio stesso sembra conoscere. Gioanola non giudica, non assolve, non condanna: osserva. E in questa osservazione restituisce la complessità di un uomo che diventa simbolo di una tensione antica tra potere centrale e comunità locali, tra legge e giustizia, tra ordine e dignità.
Il valore del libro, per un territorio come il nostro, è duplice. Da un lato, recupera una figura che appartiene alla memoria popolare piemontese, una di quelle storie che circolano nelle veglie e nei racconti degli anziani. Dall’altro, restituisce un paesaggio che riconosciamo: le campagne tra Tanaro e Bormida, le colline che scendono verso la pianura, le cascine isolate che ancora punteggiano la geografia rurale. Maìno della Spinetta è un libro che parla di noi, della nostra terra, della sua durezza e della sua bellezza, della sua capacità di generare figure che sfuggono alle categorie e che proprio per questo diventano parte della sua identità profonda.
Terre di Marengo
Rivista di cultura, storia e vita associativa dei Cavalieri delle Terre di Marengo
N°1
Sett.
2026
N°1 - Settembre 2026
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Alessandria
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